Buongiorno.
Ho trovato fra i più interessanti lo scambio ‘Biggest act of copyright
theft in history’ ...' un filo di Arianna nel labirinto.
La sostanza non cambia ma i toni si possono moderare. Per me il punto
centrale è l'antropomorfizzazione linguistica, penso che abbiamo appena
cominciato a girare una pagina epocale, analoga a quella avviata con la
parola: la macchina ha cominciato a fare quello che per decine di migliaia
di anni è stato esclusiva dell'uomo, non è la prima volta che entra in
crisi una funzione che si riteneva esclusiva ma coscienza lingua mente
parola pensiero ... cervello aprono una crisi delicata: siamo "la misura di
tutte le cose"?
Mi pare chiaro che macchina ed uomo sono diversi: per risorse energetiche,
per "quantità" di elaborazione, per possibilità di "attuare" oppure no il
pensiero, il quale è ciò che è in conseguenza della parola.  Inoltre la
"quantità" di elaborazione influisce anche sulle sue "qualità" e su quelle
del suo prodotto.
Mi pare chiaro anche che, pur diversi, macchina ed uomo a volte fanno la
stessa cosa: gli occhiali sono una protesi a servizio della vista, il
"cervello elettronico" può essere una protesi a servizio della mente, ad un
certo punto il "cervello elettronico" è diventato IA, più o meno la penso
come Giacomo ma ... (forse) il tempo è scaduto. Domando: il problema è
evolvere dalla competizione (dentro c'è finanza, mercato, c'è la molla
umana verso conoscenza, potere) verso la collaborazione (ad es, c'è la
pace)? Ammesso che sia corretta questa direzione, ci vorrà molto tempo.
Non sono per niente sicuro che coscienza, mente, intelligenza sono
esclusive dell'uomo, in fin dei conti siamo una specie animale ed il
cosiddetto bios è comparso nel cosmo abbastanza di recente, radicalizzando
si può riflettere sulla materia pura senza bios ma dalla quale è emerso il
bios, dal quale è arrivato l'animale, dal quale è arrivato l'uomo, dal
quale è arrivata la parola.
La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche: digitale,
poche decine di anni fa era una pianta, ma ora è tutt'altro.
Antropomorfizzazione linguistica è soltanto il titolo, ora c'è da svolgere
il tema.
Copyright e dintorni: i dialoghi (scritti) di Platone sono un’opera
derivata (delle parole non scritte) di Socrate?
In calce copio una lettura che ho trovato stimolante, dal Sole 24 ore di
oggi 1 ottobre, spero che autore e/o editore non si arrabbino, ©
RIPRODUZIONE RISERVATA
Grazie ancora ed auguri cordiali.può essere
Duccio (Alessandro Marzocchi)
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PRIMA PAGINA DOMENICA
Domenica 01 Ottobre 2023 elogio della scrittura (a mano) - Giuseppe Lupo -
Fondamenti del sapere. In un’opera monumentale, «I custodi della memoria»,
l’archeologo Louis Godart ricostruisce mitologie e fatti relativi
all’invenzione della parola scritta. Un modo anche per riflettere su un
atto solenne il cui fascino perdura anche nell’era dei tablet
In una delle tante sale del Louvre, nel Dipartimento delle antichità
egizie, si può ammirare la statua di un uomo accovacciato a terra, gambe
incrociate, mani che reggono un rotolo di papiro e sguardo nel vuoto. È la
raffigurazione dello scriba, conosciuto anche come scriba rosso, celebre
icona di un’originale maniera d’essere al mondo: dentro il palazzo del
potere, nel cuore della Storia, eppure in prospettiva defilata, come si
addice a un testimone.
Ciò che colpisce di questa scultura non è tanto il perfetto stato di
conservazione del colore, nonostante il materiale di cui è composta, il
calcare, risalga al III millennio a.C., quanto l’espressione degli occhi,
quella ieratica fissità di chi sta in ascolto ed è tutto concentrato
nell’immagazzinare informazioni, nell’inventariare dati, nel trascrivere
numeri e parole in un luogo dal multiforme valore simbolico, poco conta se
sia un rotolo di papiro o una tavoletta ricoperta da cera d’api o una
pietra piatta o un foglio di carta bianca o addirittura, con un enorme
salto nel postmoderno, un tablet. Lo scriba obbedisce a questo compito:
trasferire la parola orale in parola scritta, tradurre (nel significato
antico del tradere: trasmettere, affidare, tramandare, riferire,
decodificare) la complessità congenita di un testo in maniera da fissare un
ordine, una disciplina. «L’immobilità dello scriba è la sua libertà, la sua
vittoria sul caos», afferma Leonardo Sinisgalli nel 1960, pensando alle
caratteristiche dell’intellettuale nel secolo della modernità.
Perciò scrivere è un gesto solenne, un compito che contiene il culto della
norma (Frank Lloyd Wright definiva il poeta «disconosciuto legislatore del
mondo»), un esercizio sacerdotale che non solo conferiva prestigio a chi lo
praticava nelle civiltà sorte intorno al Tigri, all’Eufrate, al Nilo, ma
restituisce a noi l’archetipo di un rito. All’origine della scrittura
agiscono diversi elementi che implicano, da un lato, il rapporto con il
sacro e, dall’altro, i legami con la memoria, dunque con il mito del tempo
che passa. Louis Godart riferisce due narrazioni provenienti dall’area
mesopotamica. La prima racconta di un essere ibrido, di nome Oannés, con il
corpo di pesce e la testa di uomo, venuto dal mare per insegnare i segreti
delle lettere e dei numeri agli abitanti della Terra. L’altra narra del
sovrano di Uruk, Enmerkar, che inviò un messaggero al sovrano di Aratta con
un lunghissimo elenco di richieste. Poiché il messaggero non riusciva a
tenere a mente ogni cosa, Enmerkar impastò l’argilla, ne fece una tavoletta
e sopra incise le parole che – recita la leggenda – avevano la «forma di un
chiodo». Tra le due storie, la seconda conserva un significato di gran
lunga più emblematico sia perché fa risalire l’invenzione della scrittura a
una necessità umana (e non a un dono divino), sia perché postula uno degli
argomenti di maggiore fascino in termini di analisi calligrafica.
I filologi e i paleografi definiscono “forma dei segni” la maniera in cui
uno scriba attribuisce un’impronta personale al carattere dell’alfabeto nel
momento stesso in cui viene tracciato dalle sue mani. Osservare il
movimento delle linee, analizzare il loro tortuoso tentennare o la chiarità
del tratto, è ritenuto un metodo infallibile attraverso cui risalire alla
paternità dell’autore. La grafia è la nostra voce, irripetibile come la
nostra identità o i tratti somatici e, per quanto la tecnologia assicuri
praticità, immediatezza, utilità rispetto alla scrittura a mano, a nessuno
verrebbe in mente di rinunciare alla curva di un ghirigoro o al labirinto
di uno scarabocchio, se è vero che proprio nella scrittura a mano è
contenuta l’essenza geografica a cui apparteniamo.
Per quanto mi riguarda, ho creduto e continuo a credere alla mia maestra
delle elementari che metteva in scena il teatrino delle lettere per farcele
capire meglio: la a somigliava a una vecchietta con il bastone, la b a una
donna con il pancione, la l alle orecchie del cavallo, la t alle antenne
sui tetti. Suggestioni più o meno identiche ci vengono da un testo di
Giorgio Manganelli che risale a qualche decennio fa: «Vi è qualcosa di
fondamentalmente diverso tra la grafia dei nostri libri, che presenta
lettere solitarie, tutte accerchiate da una breve e deserta aureola di
bianco, e la grafia araba: questa reca dentro le proprie volute il peso, il
moto, la voluttà, la concentrazione dello scriba, i suoi estri e i fulminei
languori; la grafia occidentale, latina, offre un album di disegni, di
esempi, di modelli, di idee alfabetiche, la grafia araba è impensabile al
di fuori della mano che la inventa, che la carica del suo specifico amore,
ignora l’isolamento delle singole lettere ma trapassa per vie indirette
dall’uno all’altro segno, ed ama intricarli, sovrapporli, allacciarli». Se
la grafia araba è un labirinto barocco, quella latina è un teorema
razionale. Nel corpo a corpo che la mano dello scriba dovrà ingaggiare tra
segno e assenza di segno, cioè tra detto e non detto, si cela un tema
ancora più profondo.
Omero aveva ratificato questa intuizione al verso 10 dell’Odissea: «Anche a
noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus» (cito dalla
traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1989). Chi, meglio di Omero,
avrebbe potuto chiedere alla Musa l’opportunità di conoscere tutto di
Ulisse e grazie a quel tutto comporre un poema assai più completo ed
esaustivo? Invece si accontenta di qualcosa (tón amóthen), pronome
indefinito che significa omissione, parzialità.
Domandiamoci fino a che punto la Musa ha parlato al poeta e quanto invece,
di quel che è entrato nelle orecchie, il poeta ha preferito occultare.
L’Odissea diventa paradigma del narrare occidentale non per quel che
racconta, ma per quel che tace, per i suoi vuoti e le zone d’ombra, per
quell’aureola di bianco di cui parlava Manganelli, che sostituisce il vuoto
delle parole rimaste nel sottosuolo. La ricchezza di un testo sta nello
stato di sospensione, nelle intercapedini di inchiostro che si aprono, come
una voragine o una vertigine, tra una lettera e l’altra di una medesima
parola. Nell’ossessione di colmare i buchi, in quella imparagonabile
delizia che spinge a combattere l’horror vacui lo scriba va incontro al suo
trionfo, esercitando quell’oscuro e forse imbattibile privilegio di offrire
al mondo il diritto a salvarsi. Come Noè con la sua arca, come il contabile
di Oskar Schindler che compila la famosa lista battendo sui tasti della
macchina per ufficio, l’atto stesso di scrivere protegge da un diluvio
altrettanto temibile: chiamiamolo oblio, chiamiamola dimenticanza, è una
condanna che nasce dall’usura del tempo e dalle incursioni della Storia.
Lo scriba vince perché salva (mai termine del linguaggio informatico poteva
esprimere migliore profondità semantica), il suo lavoro costituisce
l’ultimo baluardo contro la minaccia della dissolvenza e in questa sua
altissima prerogativa, nell’illudersi di sfidare faccia a faccia il nulla
della non memoria, si nasconde il segreto della sua arte: conquistare un
barlume di eternità con una goccia di inchiostro, affidare un testo a chi
verrà dopo e, così facendo, credere nella vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Louis Godart I custodi della memoria. Lo scriba tra Mesopotamia, Egitto ed
Egeo Einaudi, pagg. 296, € 30
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