> La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche se iniziamo a considerare la significazione come una proprietà statistica della parola, allora davvero ci meritiamo l'estinzione
G. On Sun, 1 Oct 2023 at 12:49, alessandro marzocchi <[email protected]> wrote: > Buongiorno. > Ho trovato fra i più interessanti lo scambio ‘Biggest act of copyright > theft in history’ ...' un filo di Arianna nel labirinto. > La sostanza non cambia ma i toni si possono moderare. Per me il punto > centrale è l'antropomorfizzazione linguistica, penso che abbiamo appena > cominciato a girare una pagina epocale, analoga a quella avviata con la > parola: la macchina ha cominciato a fare quello che per decine di migliaia > di anni è stato esclusiva dell'uomo, non è la prima volta che entra in > crisi una funzione che si riteneva esclusiva ma coscienza lingua mente > parola pensiero ... cervello aprono una crisi delicata: siamo "la misura di > tutte le cose"? > Mi pare chiaro che macchina ed uomo sono diversi: per risorse energetiche, > per "quantità" di elaborazione, per possibilità di "attuare" oppure no il > pensiero, il quale è ciò che è in conseguenza della parola. Inoltre la > "quantità" di elaborazione influisce anche sulle sue "qualità" e su quelle > del suo prodotto. > Mi pare chiaro anche che, pur diversi, macchina ed uomo a volte fanno la > stessa cosa: gli occhiali sono una protesi a servizio della vista, il > "cervello elettronico" può essere una protesi a servizio della mente, ad un > certo punto il "cervello elettronico" è diventato IA, più o meno la penso > come Giacomo ma ... (forse) il tempo è scaduto. Domando: il problema è > evolvere dalla competizione (dentro c'è finanza, mercato, c'è la molla > umana verso conoscenza, potere) verso la collaborazione (ad es, c'è la > pace)? Ammesso che sia corretta questa direzione, ci vorrà molto tempo. > Non sono per niente sicuro che coscienza, mente, intelligenza sono > esclusive dell'uomo, in fin dei conti siamo una specie animale ed il > cosiddetto bios è comparso nel cosmo abbastanza di recente, radicalizzando > si può riflettere sulla materia pura senza bios ma dalla quale è emerso il > bios, dal quale è arrivato l'animale, dal quale è arrivato l'uomo, dal > quale è arrivata la parola. > La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche: digitale, > poche decine di anni fa era una pianta, ma ora è tutt'altro. > Antropomorfizzazione linguistica è soltanto il titolo, ora c'è da svolgere > il tema. > Copyright e dintorni: i dialoghi (scritti) di Platone sono un’opera > derivata (delle parole non scritte) di Socrate? > In calce copio una lettura che ho trovato stimolante, dal Sole 24 ore di > oggi 1 ottobre, spero che autore e/o editore non si arrabbino, © > RIPRODUZIONE RISERVATA > Grazie ancora ed auguri cordiali.può essere > Duccio (Alessandro Marzocchi) > - - - > PRIMA PAGINA DOMENICA > Domenica 01 Ottobre 2023 elogio della scrittura (a mano) - Giuseppe Lupo - > Fondamenti del sapere. In un’opera monumentale, «I custodi della memoria», > l’archeologo Louis Godart ricostruisce mitologie e fatti relativi > all’invenzione della parola scritta. Un modo anche per riflettere su un > atto solenne il cui fascino perdura anche nell’era dei tablet > In una delle tante sale del Louvre, nel Dipartimento delle antichità > egizie, si può ammirare la statua di un uomo accovacciato a terra, gambe > incrociate, mani che reggono un rotolo di papiro e sguardo nel vuoto. È la > raffigurazione dello scriba, conosciuto anche come scriba rosso, celebre > icona di un’originale maniera d’essere al mondo: dentro il palazzo del > potere, nel cuore della Storia, eppure in prospettiva defilata, come si > addice a un testimone. > Ciò che colpisce di questa scultura non è tanto il perfetto stato di > conservazione del colore, nonostante il materiale di cui è composta, il > calcare, risalga al III millennio a.C., quanto l’espressione degli occhi, > quella ieratica fissità di chi sta in ascolto ed è tutto concentrato > nell’immagazzinare informazioni, nell’inventariare dati, nel trascrivere > numeri e parole in un luogo dal multiforme valore simbolico, poco conta se > sia un rotolo di papiro o una tavoletta ricoperta da cera d’api o una > pietra piatta o un foglio di carta bianca o addirittura, con un enorme > salto nel postmoderno, un tablet. Lo scriba obbedisce a questo compito: > trasferire la parola orale in parola scritta, tradurre (nel significato > antico del tradere: trasmettere, affidare, tramandare, riferire, > decodificare) la complessità congenita di un testo in maniera da fissare un > ordine, una disciplina. «L’immobilità dello scriba è la sua libertà, la sua > vittoria sul caos», afferma Leonardo Sinisgalli nel 1960, pensando alle > caratteristiche dell’intellettuale nel secolo della modernità. > Perciò scrivere è un gesto solenne, un compito che contiene il culto della > norma (Frank Lloyd Wright definiva il poeta «disconosciuto legislatore del > mondo»), un esercizio sacerdotale che non solo conferiva prestigio a chi lo > praticava nelle civiltà sorte intorno al Tigri, all’Eufrate, al Nilo, ma > restituisce a noi l’archetipo di un rito. All’origine della scrittura > agiscono diversi elementi che implicano, da un lato, il rapporto con il > sacro e, dall’altro, i legami con la memoria, dunque con il mito del tempo > che passa. Louis Godart riferisce due narrazioni provenienti dall’area > mesopotamica. La prima racconta di un essere ibrido, di nome Oannés, con il > corpo di pesce e la testa di uomo, venuto dal mare per insegnare i segreti > delle lettere e dei numeri agli abitanti della Terra. L’altra narra del > sovrano di Uruk, Enmerkar, che inviò un messaggero al sovrano di Aratta con > un lunghissimo elenco di richieste. Poiché il messaggero non riusciva a > tenere a mente ogni cosa, Enmerkar impastò l’argilla, ne fece una tavoletta > e sopra incise le parole che – recita la leggenda – avevano la «forma di un > chiodo». Tra le due storie, la seconda conserva un significato di gran > lunga più emblematico sia perché fa risalire l’invenzione della scrittura a > una necessità umana (e non a un dono divino), sia perché postula uno degli > argomenti di maggiore fascino in termini di analisi calligrafica. > I filologi e i paleografi definiscono “forma dei segni” la maniera in cui > uno scriba attribuisce un’impronta personale al carattere dell’alfabeto nel > momento stesso in cui viene tracciato dalle sue mani. Osservare il > movimento delle linee, analizzare il loro tortuoso tentennare o la chiarità > del tratto, è ritenuto un metodo infallibile attraverso cui risalire alla > paternità dell’autore. La grafia è la nostra voce, irripetibile come la > nostra identità o i tratti somatici e, per quanto la tecnologia assicuri > praticità, immediatezza, utilità rispetto alla scrittura a mano, a nessuno > verrebbe in mente di rinunciare alla curva di un ghirigoro o al labirinto > di uno scarabocchio, se è vero che proprio nella scrittura a mano è > contenuta l’essenza geografica a cui apparteniamo. > Per quanto mi riguarda, ho creduto e continuo a credere alla mia maestra > delle elementari che metteva in scena il teatrino delle lettere per farcele > capire meglio: la a somigliava a una vecchietta con il bastone, la b a una > donna con il pancione, la l alle orecchie del cavallo, la t alle antenne > sui tetti. Suggestioni più o meno identiche ci vengono da un testo di > Giorgio Manganelli che risale a qualche decennio fa: «Vi è qualcosa di > fondamentalmente diverso tra la grafia dei nostri libri, che presenta > lettere solitarie, tutte accerchiate da una breve e deserta aureola di > bianco, e la grafia araba: questa reca dentro le proprie volute il peso, il > moto, la voluttà, la concentrazione dello scriba, i suoi estri e i fulminei > languori; la grafia occidentale, latina, offre un album di disegni, di > esempi, di modelli, di idee alfabetiche, la grafia araba è impensabile al > di fuori della mano che la inventa, che la carica del suo specifico amore, > ignora l’isolamento delle singole lettere ma trapassa per vie indirette > dall’uno all’altro segno, ed ama intricarli, sovrapporli, allacciarli». Se > la grafia araba è un labirinto barocco, quella latina è un teorema > razionale. Nel corpo a corpo che la mano dello scriba dovrà ingaggiare tra > segno e assenza di segno, cioè tra detto e non detto, si cela un tema > ancora più profondo. > Omero aveva ratificato questa intuizione al verso 10 dell’Odissea: «Anche > a noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus» (cito dalla > traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1989). Chi, meglio di Omero, > avrebbe potuto chiedere alla Musa l’opportunità di conoscere tutto di > Ulisse e grazie a quel tutto comporre un poema assai più completo ed > esaustivo? Invece si accontenta di qualcosa (tón amóthen), pronome > indefinito che significa omissione, parzialità. > Domandiamoci fino a che punto la Musa ha parlato al poeta e quanto invece, > di quel che è entrato nelle orecchie, il poeta ha preferito occultare. > L’Odissea diventa paradigma del narrare occidentale non per quel che > racconta, ma per quel che tace, per i suoi vuoti e le zone d’ombra, per > quell’aureola di bianco di cui parlava Manganelli, che sostituisce il vuoto > delle parole rimaste nel sottosuolo. La ricchezza di un testo sta nello > stato di sospensione, nelle intercapedini di inchiostro che si aprono, come > una voragine o una vertigine, tra una lettera e l’altra di una medesima > parola. Nell’ossessione di colmare i buchi, in quella imparagonabile > delizia che spinge a combattere l’horror vacui lo scriba va incontro al suo > trionfo, esercitando quell’oscuro e forse imbattibile privilegio di offrire > al mondo il diritto a salvarsi. Come Noè con la sua arca, come il contabile > di Oskar Schindler che compila la famosa lista battendo sui tasti della > macchina per ufficio, l’atto stesso di scrivere protegge da un diluvio > altrettanto temibile: chiamiamolo oblio, chiamiamola dimenticanza, è una > condanna che nasce dall’usura del tempo e dalle incursioni della Storia. > Lo scriba vince perché salva (mai termine del linguaggio informatico > poteva esprimere migliore profondità semantica), il suo lavoro costituisce > l’ultimo baluardo contro la minaccia della dissolvenza e in questa sua > altissima prerogativa, nell’illudersi di sfidare faccia a faccia il nulla > della non memoria, si nasconde il segreto della sua arte: conquistare un > barlume di eternità con una goccia di inchiostro, affidare un testo a chi > verrà dopo e, così facendo, credere nella vita. > © RIPRODUZIONE RISERVATA > Louis Godart I custodi della memoria. Lo scriba tra Mesopotamia, Egitto ed > Egeo Einaudi, pagg. 296, € 30 > > > _______________________________________________ > nexa mailing list > [email protected] > https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa >
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