La falsa "laicità" che piace al Corriere

di Alessandro Litta Modignani

L'articolo di Dario Antiseri sul Corriere della Sera del 23 maggio sembra un 
appello, condivisibile da chiunque,  alla "tolleranza reciproca" fra credenti e 
non credenti, in nome della libertà di critica, per una laicità intesa in senso 
"non dogmatico".  Tutto bene dunque ? Veramente no. Qualche problema c'è, anche 
se Antiseri mostra di non accorgersene.

Una "questione laica", nell'Italia di oggi, esiste eccome. La laicità dello 
Stato, in tutto l'Occidente, è fondata sulla separazione fra la sfera politica 
e quella religiosa, escludendo a priori che una qualsiasi tendenza 
confessionale possa essere posta a fondamento delle istituzioni. Viceversa, lo 
Stato italiano presenta un assetto semi-confessionale, derivante dal regime 
concordatario. La  Chiesa cattolica gode di ampi privilegi e rendite di 
posizione e occupa vasti settori della vita pubblica - a partire da una 
sovraesposizione televisiva che fa impallidire quella pur "scandalosa" del 
Presidente del Consiglio. Questa posizione abnorme, che non trova riscontro in 
nessuna democrazia al mondo, costituisce un'assoluta anomalia, dalle 
conseguenze evidentissime. Eppure Antiseri non ne accenna neppure marginalmente.

Nella "società aperta" nessun convincimento può essere imposto e nessuna 
tradizione è esente dalla critica, si legge ancora nell'articolo. Certo, ci 
mancherebbe. Ma questa affermazione elude un' altra domanda, ben più decisiva: 
può una confessione religiosa (quale che sia, maggioritaria o minoritaria) 
costituire il fondamento dell'etica pubblica ? La risposta laica e liberale è 
no, assolutamente no. Il disegno delle gerarchie vaticane, teso a contrastare 
il "relativismo" in nome dei "valori cristiani", se trasferito all'interno 
dell'ordinamento costituisce un'aperta minaccia alla libertà degli individui. 
Antiseri cita i referendum sull'aborto e sulla fecondazione assistita - 
pratiche peraltro consentite in tutto il mondo - come strumenti necessari per 
dirimere questioni  "inconciliabili" (Benedetto XVI dice "non negoziabili") ma 
si guarda bene dal ricordare che la Chiesa cattolica, già ai tempi di Paolo VI, 
promosse un referendum anche contro il divorzio; che oggi chiede al Parlamento 
italiano una legge sul fine vita che priverebbe gli individui della libertà di 
disporre di se stessi; che offre aperto sostegno ideologico ed elettorale ai 
partiti che assecondano questi progetti. Un "voto di scambio" del tutto 
improprio, un "uso religioso della politica" intollerabile tanto quanto il suo 
opposto. 

Antiseri si dilunga poi nell'elenco di ciò che deve fare il "laico rispettoso" 
(di nuovo riecheggiando la "sana laicità" di Ratzinger) ma non dice nessuna 
cosa, neppure una sola, di quelle che la Chiesa cattolica non dovrebbe mai 
fare, per non ferire la laicità dello Stato, che della società aperta è un 
presupposto fondamentale. Senza il "liberalismo continentale ottocentesco", che 
Antiseri critica, non ci sarebbero stati né il Risorgimento né l'Italia unita 
di oggi. Non ci sarebbe lo Stato moderno, semplicemente.

Il laico non deve "reificare" gli istituti collettivi, sostiene Antiseri. 
Giusto. Invece la Chiesa può farlo? Il rischio di dare vita a una "entità 
liberticida" non riguarda anche e soprattutto il tentativo sacerdotale di dare 
vita a uno Stato teocratico, o comunque teocentrico ? Antiseri invece  attacca 
il "laicista fondamentalista", segno evidente che il fondamentalismo religioso 
delle gerarchie vaticane per lui non costituisce un problema. Alla "indiscussa 
autorità morale" Antiseri non chiede conto degli scandali finanziari e sessuali 
che reiteratamente travolgono i suoi  uomini, né egli spende una parola di 
critica nei confronti di un Papa che condanna l'uso del preservativo 
nell'Africa devastata dall'Aids.

Per concludere, una domanda. Antiseri afferma che il buon laico deve essere 
rispettoso delle ragioni altrui, critico ma non dogmatico, che non deve 
divinizzare né reificare né idolatrare e così via: perché non va a chiedere la 
pratica di queste stesse virtù dall'altra parte del Tevere ? E' sicuro che da 
quelle parti si sia disposti ad accettare quella "anarchia degli spiriti" tanto 
cara a  Luigi Einaudi ?
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